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01 Giugno 2022Alfredo Pratolongo, Presidente di AssoBirra: «una tempesta di costi intacca la redditività delle imprese»

Dopo il 2020, ormai riconosciuto all'unanimità come annus horribilis, nel 2021 il comparto brassicolo ha recuperato i volumi persi grazie a nuove strategie e la rimodulazione degli investimenti. Alla fine della scorsa estate però un'impennata dei costi delle materie prime ha minato la solidità dell'attesa ripartenza. Dall'inizio del 2022 la situazione è andata progressivamente peggiorando, complice il conflitto russo-ucraino che sta impattando sensibilmente sul fronte dei cereali per l'area mediterranea ed europea.
«Il settore brassicolo, che nel periodo pre-pandemia aveva generato quasi 9,5 miliardi di valore condiviso lungo tutta la filiera (comparto agricolo, produttivo, distributivo e di vendita) ha perso nel 2020 quasi 1,4 miliardi di euro, ha assorbito in questi mesi quanto poteva, ma oggi la filiera non è più in grado di gestire ulteriori aumenti dei costi delle materie prime e delle utilities derivanti dal conflitto in atto. Questa situazione inevitabilmente genererà perdite di competitività, criticità nella filiera della birra, che complessivamente rischia di fermare la ripresa degli investimenti, dovrà rallentare e potrebbe ripercuotersi nel breve ma anche nel medio periodo in spinte inflattive» afferma Alfredo Pratolongo.
«Dal punto di vista agricolo gli impatti sono alti, già da tempo il comparto ha varato investimenti per aumentare la quota di orzo prodotto in Italia (che storicamente produce il 40% del fabbisogno della produzione italiana) ma ci vorranno parecchi anni perché questo avvenga. Questa situazione porta il nostro Paese ad approvvigionarsi anche da altri Paesi, facendo fronte ad aumenti medi del 34% sull’orzo, del 23% sul frumento e del 16% per il mais.
In ambito produttivo condividiamo con le altre filiere l’aumento dei costi legati al vetro, ma nel caso del comparto birrario i volumi sono molto più elevati e il costo unitario del prodotto finito è molto più basso, con una incidenza quindi maggiore. La crisi nel settore energetico, che ha inizialmente colpito le importazioni di gas in Europa e si è estesa a tutto il comparto, ha portato i prezzi del vetro in crescita dell’8,5% rispetto al 2021 e quelli dell’alluminio del 42%.
A valle, gli aumenti dei costi dei trasporti del carburante per autotrazione, uniti ai rincari sulle bollette dei punti consumo, rendono ancor più difficile una ripresa del mercato, ponendoci di fronte ad uno scenario molto preoccupante, che rischia di coinvolgere sia il canale moderno (supermercati), sia il canale HoReCa con gli oltre 300.000 punti di consumo che hanno già sofferto in questi anni, e che hanno visto la chiusura di circa 45.000 locali nell’ultimo biennio.
Come comparto abbiamo ridotto i costi e fatto del nostro meglio per snellire tutto quanto possibile durante la fase della pandemia, ma ora è evidente che lo Stato deve intervenire. A questo scenario incerto e complicato, vanno infatti aggiunti due elementi: il primo è che l’Italia importa quasi il 30% della birra dall’estero, in alcuni casi da Paesi nei quali le aziende birrarie sono gravate da tassazioni minori (es. Germania Austria), il secondo è collegato a questo ma legato alla congiuntura italiana.
La birra in Italia è l’unica bevanda da pasto gravata da accise, un’anomalia che pesa su tutti, produttori, distributori e consumatori ed è per questo che il rinnovato aumento delle accise sulla birra previsto per il 2023 risulta uno scenario fortemente da scongiurare» conclude il Presidente di AssoBirra.
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